9 anni dopo quel 31 luglio, dopo un’altra spedizione al K2 e una missione a

Urdukas nel cuore dell’inverno 2005,

 

in ricordo di Lorenzo

 

 

31 Luglio 1996

 

Le mie mani doloranti dopo 3 km di corde fisse si rifiutano di scrivere, ma

una lettera indirizzata a Lorenzo che intravedo tra le carte di Agostino

nella tenda radio mi ricorda che ho il dovere da adesso di registrare gli

avvenimenti degli ultimi giorni.

Mentre la squadra di punta aveva il programma di raggiungere c2 direttamente,

noi, gruppo di rinforzo, dovevamo iniziare la salita fino al c1 e

pernottarvi.

Il 26 Luglio venne decisa a partenza per la serata, lo scarso senso di

concentrazione che mi induceva il cb mi convinse ad anticipare la partenza al

tardo pomeriggio, cosi' da poter dormire in tranquillita' nel campo deposito.

Trovo in Carlo B. un compagno interessato a dividere questo programma, cosi'

partiamo alle 18 passando dal pomeriggio radioso speso a contemplare la mole

della Montagna dal mio sacco a pelo tra la tenda e la morena, ad una glaciale

serata illuminata dalla luna tra i piccoli contorti seracchi alla base dello

sperone Abruzzi.

27 Luglio deposito>c1, percorso creativo

28 Luglio c1>c2, con Antonio

29 Luglio:...un giorno troppo lungo

Alle 23 suona la sveglia a campo 2, dobbiamo salire di oltre 1000 metri per

portarci sulla spalla, a 7700 dove i nostri compagni partiranno per il primo

tentativo di salita alla vetta.

C2 e' una bizzarra postazione per un campo: un dosso glaciale esposto alle

intemperie, senza accenno di ripiano, e con una pendenza media di 40 gradi,

il tutto sospeso sopra il grande pendio nevoso che costeggia lo sperone

Abruzzi a quota 6700. Una scarpetta interna di Antonio era gia' scivolata

durante una notte agitata di vento che aveva portato una bufera mattutina.

Cerco di metterci tutto l'entusiasmo nello svegliare gli amici che riposano

nella tenda a tre posti, ma dopo l'abbandono di ieri del "babbo" Giuseppe,

ecco la rinuncia per malessere del "fu Besana", il Carletto sempre

disponibile.

La seconda squadra o squadra GPS si riduce cosi' a tre unita': io, il Giampi,

l'Antonio, il "bocia" della spedizione, ed il Marco, detto anche

"capospedizione".

Sono pronto alla svelta, anche grazie ad una leggera dissenteria che mi

scaraventa fuori dalla tenda quando penso che potrei farne a meno.

Guido il gruppo lungo le prime corde fisse, e riesco anche ad avere

un'arrampicata quasi elegante lungo le prime placche dove alle 12:30, con

luna e frontale trovi comunque difficile appoggiare in maniera efficace i

ramponi, anche perche'sei in affanno dopo pochi secondi.

Continuiamo a salire nella notte, spengo la frontale nei tratti innevati,

corde fisse di ogni tipo si susseguono nello sperone, sento di "andar bene",

mi impongo delle soste allo scopo di riunirmi agli altri che ogni tanto

distanzio.

Poi la luce della Luna non illumina piu' la nera sommita'dello sperone, sono

spinto dalla curiosita' e lentamente mi allontano dai compagni, mi perdo

nella vastita' della piramide culminante nel ghiacciaio pensile della spalla.

Da oriente la magia del giorno illumina il vitreo spessore, sono solo ma

non mi sento tale, dall'orizzonte notturno emergono migliaia di profili, sono

montagne del Karakorum, da qui all'infinito.

In punta di piedi salgo sul ghiaccio, sosto attorno ai 7200, qui' alcune

bandierine indicano necessariamente il passaggio chiave per tornare sullo

sperone, isintivamnete mi auguro di non averne bisogno, di avere bel tempo

in questo posto...

Continuo brevemente sino a 7300, qui i resti di una tenda distrutta dal vento

mi ospitano offrendo un po di riparo dal vento che mi raffredda, il sole

delle 5:30 ancora non scalda, piu' tardi sara' inesorabile.

L'attesa dei compagni si prolunga sino alle 7:00, li scorgo emergere sul

ghicciaio, soffermarsi, rialzarsi, arrestarsi. Sono gia' disidratato, i

fastidi di stomaco che mi affliggono mi impediscono i bere come dovrei, la

tenda rovinata contiene dei viveri, un fornello, ma non la pentola, ieri

Lorenzo ed Aldo si sono soffermati a lungo qui nel loro viaggio verso c3, la

pentola e' salita con loro, ed io li invidio, in questo momento sono in

viaggio per la cima.

Chiamo gli amici, li incoraggio a salire i 30 mt che li separano da me e

dalla tenda, li attendo avvolto dai teli rossi strappati, poi decido di

scendere da loro. Presto intuisco la realta', le loro condizioni sono al

limite, il disco del sole comincia brutalmente ad accelerare la

disidratazione, risalgo seguito da Marco che ha meta' GPS, mi raggiunge in

uno strappo di volonta', poi anche lui e' costretto alla resa. Le esortazioni

che giungono dal base non sono piu' sufficenti, i ragazzi sono provati, il

lavoro dei giorni precedenti non ha risparmiato nessuno, tutta la logistica

dei campi e' transitata sulle nostre spalle, la resistenza di meta' del

gruppo e' stata messa a dura prova.

Potrei adesso scendere, metter fine allo sforzo della salita, la squadra e'

distrutta, sono un cane sciolto con meta' GPS, posso pensare ad un'altro

tentativo, annullare il programma della vetta domani. Sono le 9:30, Agostino

propone una misura dal campo 3, sono 7 kg di GPS da portare da solo per altri

300 m di dislivello tra vele di ghiaccio. Accetto, accetto per la cima del

k2, per l'amore per questo ambiente, per la scoperta che cerco attorno e

dentro di me, mi affascina avventurarmi da solo in questo ambiente

sconosciuto.

Lascio Marco e gli altri, li vedo riunirsi ed attardarsi sotto la tenda, non

provo solitudine, intensifico la mia respirazione, da dietro la maschera

tento una valutazione della distanza da quel seracco dietro il quale potrei

vedere la vetta e forse gli amici impegnati nella salita, partiti alle 1:00,

non hanno dato notizia dei loro progressi.

Quei 300 m mi costarono una bella cottura solo nel sole spietato dei 7500,

le gobbe gelate su cui arrancavo non concedevano soste, mi imponevo di non

rinunciare ad ogni volta in cui appoggiavo lo zaino per recuperare il fiato,

continuavo con i bastoncini pensando che avrei dovuto usare la picozza, il

cielo riempiva sempre di piu' il mio orizzonte, non ero rapido ma salivo, il

walkie talkie col quale avrei potuto comunicare una rinuncia rimaneva nello

zaino. Doppiata l'elegante vela di ghiacccio affondavo in un pendiao di neve

ventata dove stavo dando fondo alle mie forze quando apparve l'immagne del

collo di bottiglia e della sommita' del K2, volevo continuare, e lo feci

affannato dimenticando il carico. Raggiunta la spalla a 7700 potei

individuare i compagni attorno a quota 8200, intuire la difficolta' della

loro progressione, per me non poteva esserci altro che la tenda di campo 3

che apparve benevolmente vicina superato un dosso contrassegnato con una

bandierina.

Aldo, lo svizzero, mi accolse spiegandomi che il suo tentativo si era

arrestato attorno agli 8130 metri, per le sue condizioni non ottimali e l'ora

attardata.

Nel pomeriggio i quattro del gruppo di testa guadagnavano lentamente quota,

Mario e Tore detti "i Cammelli" per la loro autonomia, Giulio "palle d'oro"

per un disturbo intensificatosi a campo 2, e Lorenzo, piu' Masa il giapponese

solitario, tracciavano nella neve alta una linea verso la sommita'.

Dal base giungevano esortazioni, Aldo registrava la salita con la camera, in

un orgasmo crescente si succedevano le chiamate telefoniche, i media volevano

sapere, finalmente tra le 16:30 e le 17:00 i nostri amici raggiunsero la

cima.

Era gia' freddo ad 8600 metri, la sera glaciale ai margini della stratosfera

rallentava le operazioni di fissaggio dei prismi per la misura della quota,

dalla cima ci arrivavano le appassionate descrizioni del panorama.

Presto i nostri amici dovettero preoccuparsi della discesa, le mani

intirizzite, nell'anima la grande felicita' del successo, nelle gambe la

fatica della salita e la rigidita' dell'ipossia. Aldo ed io seguivamo la

lenta discesa, un po' preoccupati per la gelida notte che li seguiva,

contenti per loro, dubbiosi per la nostra salita di domani. Il tempo passo'

inesorabile portando l'oscurita'sul collo di bottiglia, il gruppo era fuori

da 20 ore, la resistenza fisico-psicologica necessaria doveva essere qualcosa

di sovrumano.

Arrivarono uno alla volta, sfiancati, con principi di congelamenti, in stato

di leggera confusione mentale, Mario rantolava, cercammo di rifocillarli come

possibile, chiesi di Lorenzo, era dietro di loro, doveva arrivare presto.

Poi divenni impaziente, non si vedeva nesuna luce, non ci fu' nessuna

risposta ai nostri richiami, il vento gelido disperdeva le nostre grida.

Mi immaginai Lorenzo stanco e freddo ritardare il suo arrivo, sedersi nella

neve, raffreddarsi di piu', preso nella morsa dell'ipossia.

Non potei piu' attendere, divenne impellente fuggire dal tepore della tenda

dove solo tre dei quattro amici avevano ritrovato la vita.

In un attimo fu' pronto il thermos, due frontali, dal walkie talkie uscirono

delle frasi di incoraggiamento che udii lontane, agganciai i ramponi e fui

solo una figura ansimante nella notte.

Erano le 22:30, sotto la tuta d'alta quota indossavo tutto quello che avevo,

il duvet mi riparava dal vento laterale, presto mi ornai di baffi di

ghiaccio.

Non avevo nemmeno chiesto ad Aldo se voleva venire, non capivo da dove veniva

questa energia, mi aspettavo di crollare da un momento all'altro, solo la

speranza di scorgere la sagoma di Lorenzo nella tenue luce lunare mi

sorreggeva.

Urlavo nella notte, speravo in una risposta, volevo trovarlo accocolato e

tremante, quante sagome mi hanno illuso, fino a trovarmi all'imbocco del

canale del collo di bottiglia.

Nel cuore della notte, a 7900, alla base del ripido pendio dalla neve

instabile trovai tutte le mie paure, sentivo quanto limitate erano le mie

forze, e quanto definitivamente ero solo e lontano dalla protezione della

tenda di campo 3  e dagli amici.

La luce della luna mi aveva abbandonato nel ripido canale sotto i minacciosi

seracchi, le corde fisse che mi avrebbero garantito sicurezza nella notte

irreale erano ancora troppo alte, la neve a placche si frantumava sotto i

miei piedi, istintivamente avvertivo tutta la pericolosita' di quella

situazione nelle mie condizioni.  La piccozza offriva un'ancoraggio spesso

aleatorio, rovesciarsi o partire sul pendio avrebbe posto tragicamente

termine al mio tentativo di soccorso.

Con un impulso rabbioso decisi di troncare il dischetto di un bastoncino

colpendolo con la picozza, ma l'unico effetto fu una disperazione ansimante,

il dischetto resisteva, in un ultimo sforzo in bilico sul pendio sfilai un

segmento del bastoncino, ottenendo un rudimentale secondo attrezzo da

piantare nella neve per stabilizzare la mia progressione.

Mi infilai nella notte con rinnovata convinzione, Lorenzo doveva essere

necessariamente lassu', urlavo disperatamente verso il gigantesco muro di

ghiaccio, un piccolo pezzetto in caduta sul pendio mi avrebbe trascinato

nell'immensita' del pendio dellla via Cesen.

Non vedevo ancora le corde fisse, la frontale si esauri' mentre ero nella

parte piu' ripida, le tracce erano confuse e temevo di perdere la strada.

Le rocce, i seracchi, i canali, prendevano una grottesca dimensione, mi

sentivo un bambino perso nel castello delle streghe, in un assurdo luna park

ad 8000 metri.

La situazione e l'intensita' delle emozioni nella notte rischiava di farmi

perdere la lucidita'. Cominciai a pensare con paura di potermi imbattere

in Lorenzo non piu' vivo, assiderato in un bivacco sull'orlo del colllo di

bottiglia.

In una reazione di razionalita' mi imposi di usare l'altra frontale, tanto

valeva farlo ora, non mi era possibile trovare un  terrazzino per togliere lo

zaino, dovevo farlo in equilibrio sul pendio, non potevo aspettare ancora di

raggiungere le corde fisse per assicurarmi.

Con una luce piu' intensa ritrovai un po di equilibrio, le corde fisse, ed un

po di ottimismo.

Raggiunsi il bordo del seracco annaspando nella neve inconsistente, compresi

perfettamente perche' quel tratto aveva richiesto sei ore ai miei compagni,

approdai al chiodo da ghiaccio annunciando per radio "sto alla frutta", di

Lorenzo nessuna traccia, il mio stomaco tormentato dalla tensione aveva

deciso di dare forfait.

Tore, l'ultimo alpinista in contatto con Lorenzo assicurava di averlo visto

prenedere le corde fisse sul traverso sotto il seracco, decidemmo cosi' di

estendere le ricerche fino all'inizio del traverso, abbandonai lo zaino e

percorsi col cuore in gola le tracce contando su di una precaria sicurezza

offerta da corde ancorate a 50 m di distanza, orizzontali, pregando di non

scivolare e rimanere appeso qualche metro sotto il bordo del gradino

roccioso.

Ad 8200 m di quota cominciai ad esaurire le speranze di trovare Lorenzo,

rinnovai l'energia dei miei richiami senza ottenere altro che gli echi della

notte e l'esaurimento del mio fiato. Le ipotesi sulla posizione di Lorenzo

furono rivolte ad altri posti, mi sentii inutile.

Nel frattempo Aldo, lasciato la tenda del campo 3, aveva perlustrato per un

paio d'ore, al chiaro di luna, e con l'aiuto di una frontale, il ghiacciaio

che in leggera salita oltrepassava la tenda del giapponese Masa e va verso i

piedi del collo di bottiglia.

I dubbi, discussi via radio, riguardavano la possibilita' che Lorenzo fosse

caduto in qualche crepaccio lungo questo percorso.

Non vi fu alcun riscontro che potesse risolvere le ricerche, cosi' Aldo

rientro' alla tenda del campo 3, tenendosi in contatto sia con il campo base

che con me impegnato nelle ricerche piu' in alto.

Alle 3:00 si decise il mio rientro al campo 3, le oltre quattro ore trascorse

in uno stato piu' prossimo alla tranche che non alla realta' non dovevano

impedirmi di trovare la lucidita' e le energie per la discesa, in piu' non

avevo potuto alimentarmi in nessun modo, avevo solo rubato qualche sorso di

the destinato a Lorenzo, provandone vergogna.

Adesso a Lorenzo non serviva il mio the.

Discesi rapidamente le corde fisse incontrandone con timore l'asola finale,

decisi di affidarmi con fiducia ai miei attrezzi, il nuovo giorno mi avrebbe

illuminato il pendio ed allontanato la sonnolenza che mi faceva

pericolosamente socchiudere gli occhi.

Il primissimo albeggiare delle 3:30, apprezzabile solo dalle alte quote mi

riscaldo' il cuore, ma fu' solo per un'istante, dov'era Lorenzo? Possibile

che fosse caduto in un crepaccio?

Discesi cautamente verso il campo cercando di scandagliare i pendii collo

sguardo.

Dovetti sedermi diverse volte per reagire alla debolezza che mi vinceva la

muscolatura delle gambe, appoggiato lo zaino chiudevo gli occhi e speravo di

riaprirli piu' vicino al campo, non dovevo scivolare camminando e non potevo

addormentarmi seduto.  Esaurita la tensione della ricerca non mi rimaneva

altro che riportare il mio corpo vinto dalla stanchezza alla tenda.

La luce permetteva ormai di vedere bene il vasto ambiente della spalla, non

un segno di vita all'infuori delle tende, la vita di Lorenzo, dov'era?

All'interno della tenda un groviglio di corpi sfiniti ammucchiati in un

ansimare unico.

Mi addormentai esausto sulle scarpe dei miei amici.

Dal base la radio gracchio', le alternative rimaste circa la sopravvivenza

di Lorenzo erano bruscamente ridotte, si rendeva necessario un volo di

ricerca, Agostino aveva richiesto un elicottero, ma la quota di ricerca

eccedeva la massima quota di volo.  Io ed Aldo rimanemmo nella tenda mentre i

nostri amici scendevano barcollando verso il campo base, la speranza che

Lorenzo fosse ancora vivo, addormentato in un bivacco, e presto destato dal

calore del sole ci tratteneva a controllare la via di salita ed i pendii

limitrofi usando il tele della camera, riprendendo immagini

particolareggiate, cercando di scorgere segni di vita.

Alle 11:00 venne deciso di ispezionare il vasto pendio della via Cesen,

nell'ipotesi Lorenzo fosse scivolato dal collo di bottiglia.

In un'abbacinante tarda mattinata, carichi di tutto il nostro equipaggiamento

e del GPS ci avviamo faticosamente verso le corde fisse da poco installate

dai giapponesi.

Da 7700 a 5200 la discesa e' interminabile, le impressionanti dimensioni

verticali della montagna assorbono i nostri sforzi, ci sentiamo persi nel

cuore di questa muraglia di rocce frammiste a neve. Il primo plateau glaciale

e' a circa 7000 metri, Aldo ha intravisto delle macchie colorate col tele,

dobbiamo scendere ancora, avvicinarci, capire.

All'altezza del campo 2 giapponese, a 7040 di quota ci fermiamo, sono le

15:00 e la conca glaciale al nostro fianco riverbera pericolosamente.

Trasmettiamo al base la nostra triste scoperta, una tuta gialla e' distesa in

mezzo alla conca, ma non basta un triste dubbio, e' necessaria una devastante

certezza, per confermare l'amara verita' dobbiamo a nostra volta assumere dei

rischi, ma dobbiamo sapere la verita.

Aldo ed io ci leghiamo, ci promettiamo la massima velocita', imponiamo il

silenzio radio, il canale deve essere libero affinche' dal base ci possano

avvisare di eventuali scariche di ghiaccio, il silenzio e' intenso, i nostri

amici 2000 m piu' sotto scrutano la parete con i teodoliti dei

ricercatori. Per la tensione trascino Aldo in una marcia forzata, devo

fermarmi, a meta' strada un seracco forma un muro che puo' proteggerci,

all'orizzonte un mare quieto di montagne e' un'inoffensivo scenario per

quest'atto tragico.

Raggiungiamo la tuta gialla, riconosco i braccialetti di Lorenzo, non ho il

coraggio di guardare a lungo il corpo dell'amico, il senso di precarieta'

della nostra esistenza e' li' schiacciante. Tutta la grande vitalita' del

nostro compagno e' divenuta memoria, i momenti felici appartengono ai

ricordi.

Non riesco ad odiare questa montagna, non riesco a capire ancora, quanto in

poco tempo puo' cambiare se ami questa natura selvaggia, quanto ti puo' dare,

quanto ti puo' prendere.

Poi realizziamo che siamo noi stessi in un luogo pericoloso, incito Aldo a

tornare rapidamente, mi volto a guardare Lorenzo, poi cerco la salvezza verso

le tende.

A 150 m dalle corde fisse un boato suote il pendio sopra di noi, una

gragnuola di pietre si sparge sul pendio, non abbiamo alcun riparo, cerchiamo

di intuire le traiettorie di quei veloci proiettili, vorrei fuggire, ma sono

legato ad Aldo, aspettiamo, le pietre attraversano il pendio tra noi e le

tende, sono secondi, ma durano un'eternita', siamo ancora dei superstiti,

qui' la vita e' decisamente sopravvivenza, esistere e' lotta, e' per questo

che siamo qui'?

Non abbiamo piu' molto da dirci, la rassegnazione ci piega sui discensori

mentre scendiamo a valle, la grandiosita' e la bellezza severa dell'ambiente

si arricchisce di colori caldi mentre il sole concede la pace della notte a

questa natura crudele che ha voluto accogliere il nostro Lorenzo.

 

Giampietro

 

Home page