Pasta e ossigeno…

Momenti di emergenza con le guide alpine della Piramide

 

…nel tardo pomeriggio torniamo dal controllo della stazione meteo di Pheriche pregustando una serata di riposo in Piramide, birra, pasta e una chiacchierata sull’esperienza vissuta durante le visite delle autorità .

Sono le sette di sera, alla porta bussano due porters ed un ragazzo con in mano un foglio di richiesta di intervento; ci guardiamo e lasciando il piatto di pasta fumante, cominciamo ad organizzare il soccorso.

Gianpietro la guida alpina più esperta resta alla Piramide per coordinare, ossigeno, barella, saturimetro e si parte con il tecnico nepalese Ang Norbu alla volta di Lo buche.

Lo buche è l’ultimo villaggio vicino al Laboratorio dove arrivano o partono tutti i trekkers alla volta di Gorakshep, e anche dove puntualmente si acutizzano tutte le patologie legate all’alta montagna.

Ormai notte raggiungiamo il lodge dove una irlandese sta manifestando chiari segni di mal di montagna, ci facciamo largo tra portatori e sherpa sempre gentili ma contemporaneamente attoniti, come se fosse la prima volta vederci lavorare e vedere qualcuno star male.

Reperiamo un medico sonnecchiante nel suo sacco a pelo per decidere se trasportare a valle la ragazza o ricoverarla in Piramide in ossigeno terapia e poi evacuarla in elicottero l’indomani. 

Il medico ed un volontario studente in medicina sembrano un po’ stralunati e l’incalzare delle nostre proposte li colgono di sorpresa; la capacità decisionale e l’esperienza di una Guida, specialmente con anni di Himalaya aiutano nello scegliere per qualcun altro che sta male.

Decretato lo stato di dipendenza dall’ossigeno optiamo per il trasporto della ragazza in Piramide; Norbu ha trovato un portatore in più e GianPietro a già approntato una stanza per accoglierla al caldo somministrandole ossigeno non più dalle costose bombole sovietiche da spedizione, bensì dal concentratore, che funziona con l’impianto fotovoltaici della Piramide: sole in cambio di ossigeno.

Compiendo piccoli tratti di sentiero, ognuno di noi porta a mo di zaino Caroline e nella notte la piccola compagine illuminata dalle pile raggiunge la Piramide.

La notte scorre tranquilla per la paffuta irlandese assistita dai medici e dal suo fidanzato visivamente sconvolto dalla situazione ma sufficientemente stanco per dormire ogni tanto.

 

 

Sotto un cielo  azzurrissimo ed un freddo tagliente scendiamo tornando di nuovo col nostro insolito “zaino”  verso l’elicottero, che con estrema puntualità atterra a Lo buche.

L’atterraggio di un elicottero desta sempre un’attrazione quasi fatale nei locali che risucchiati da non si sa quale curiosità, si lanciano verso la macchina.

Per problemi di efficienza gli elicotteri non spengono mai i motori, restano al “minimo” e si muovono quasi trotterellando…tra i bagagli leggeri che svolazzano i nepalesi cercano masserie da Kathmandu, oppure provano a piazzare un bambino che deve andare a scuola.

Con il rotore di coda guardato a vista da uno di noi fuori dalla scena carichiamo Caroline ed il boyfriend, l’elicottero col suo tentennare vince l’aria rarefatta dei 5.000 metri di Lo buche e scompare nella valle.

Tutto torna come prima nel silenzio rotto dall’operosità nepalese dal tintinnio delle pentole che una donna lava sul torrentello.

Breakfast on Pyramid? Why not! Ci rispondono i due medici, OK, GianPietro ci precede, vuole portarsi avanti con lo scarico dei dati della stazione meteo, io resto un attimo indietro per questioni burocratiche.

I medici fanno un salto nel loro lodge con l’intenzione di raggiungerci poco dopo, ma appena varcano la soglia si girano verso di me e gridano: “Marco! Come here!”

Sono quei momenti in cui non pensi che ci sia qualcun altro che sta male, speri in un’iguana gigante che sta attaccando una suora antartica che conosce un solo nome umano, il tuo.

Convinciamo un anzianotto trekker teutonico a scendere in basso per alleviare i primi sintoni di mal di montagna, il medico uruguaiano che sta a New York, l’apprendista di Phoenix e la Guida Alpina Italiana dovranno sfoderare le migliori capacità di convincitori per guadagnarsi una colazione.

Fortunatamente molti casi di AMS (Acute Mountain Sickness, mal di montagna acuto) si risolvono con una precoce diagnosi ed un repentino semplice consiglio che consiste nell’invitare il soggetto ad abbassarsi di quota, eppure le reali e crude statistiche del Sagharmata National Park rilevano tra i 15 e i 20 decessi all’anno a causa del mal di montagna e delle sue degenerazioni in edema polmonare e cerebrale.

Salutiamo il triste escursionista che è ormai all’orizzonte e Giampietro, che stava tornando in Piramide, mi chiama alla radio. “Presto, portami ossigeno e saturimetro subito”.

I medici un po’ affaticati mi seguono. Giampietro si è visto venire incontro un portatore con sulle spalle una donna con la testa ciondolante, incosciente e pallida.

La sua esperienza gli fa temere un’edema cerebrale, ma anche pensare ad una possibile ipotermia, che in breve si conclamerà e verrà confermata dai medici sopraggiunti di li a poco.

Piumini, coperte termiche… gli zaini delle guide sono come le braghe di etabeta, l’importante è indossarle sempre, alziamo un pò la sua temperatura e la portiamo in lodge.

Ci consultiamo e decidiamo di allertare l’elicottero, aspettando un ora ed un eventuale miglioramento della temperatura di Helena. Scorrono i minuti e la temperatura corporea dell’osteopata inglese torna a scendere; si rimpallano le telefonate tra la sua agenzia di trekking ed il nostro insostituibile tecnico sherpa Norbu. L’attesa sul prato questa volta sembra interminabile, c’è il sole ma fa sempre più freddo e guardando il viso di Helena sembra che il freddo venga da li.

Il solito giro dell’elicottero sopra la Piramide per atterrare contro vento, la solita H gialla sbiadita, sono solo con la sciarpa milleusi nepalese che in queste occasioni fa ottimamente il suo lavoro di manica a vento. Il brulicare, Helena, l’occhio al rotore e finalmente anche un posto per il bimbo che va a scuola a Kathmandu.

Lunch at the Pyramid?

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