Gennaio 2001, la misura dell'Aconcagua.

Sabato 20 gennaio 2001 alle 03:00 parto dalla nostra tenda piazzata nei dintorni del rifugio Berlin a 5800 m., una piccola costruzione in legno con il tetto ad angolo acuto. Salendo verso i 6000 metri si nota l'inquinamento luminoso della localita` marittima di Valparaiso in Cile, sull'Oceano Pacifico, la stessa direzione verso cui due giorni prima avevo assistito ad un coloratissimo tramonto sul mare dal nostro campo di Nido De Condores a 5300 m.
Ora sto portando con me' tutto l'occorrente per la misura ottica, che consite in treppiede, pali, prisma, mira rossa.
Questo permette di portare a termine il 50% della misura, ma deve essere necessariamente effettuato con perfetta visibilitaŽ, alcuni giorni prima dalle 12 abbiamo avuto copertura nuvolosa dalla cima.
Mi seguono a distanza Sergio Gabbio, Gabriele Targa, Marco Lipizer e Paolo Datodi, e' proprio quest'ultimo a lasciare il gruppo e a rientrare alla tenda prima di arrivare ai 6200 m del microscopico rifugio Indipendencia. Qui' sono costretto ad attendere il gruppo per una buona mezzora, riattivando la circolazione alle estremita'. Ci sono almeno -20 C ed il vento ha delle raffiche da 80 Km/h all'inizio del traverso che porta alla "canaleta". Marco e Gabriele rallentano ancora e sono veramente infreddoliti, con Sergio decidiamo di accollarci tutte le apparecchiature e di procedere alla misura in due. Sulle sue spalle rimane il controller del GPS, sulle mie si aggiunge l'antenna, le batterie ed i cavi. La "canaleta" e' instabile come un ghiaione vulcanico ed eŽripida come un ghiaione dolomitico, decisamente l'ultimo posto in cui aver peso da portare. Con Sergio ci inventiamo tutte le varianti possibili per trovare del terreno che sostenga i nostri piedi: terra e neve gelata e sassi piantati nel terreno, ma spesso ci troviamo a scivolare all'indietro. La nostra velocitaŽdi salita di quel tratto, registrata dal mio altimetro, e' risultata tra i due e i tre metri al minuto. Passata la strozzatura del canalone, dove affiorano di piu' le rocce che sostengono la struttura sommitale della montagna, riusciamo a migliorare la nostra progressione, ma ora con la quota si sente di piuŽil peso di tutta la strumentazione scientifica sulle nostre spalle. Per rinvigorirci ci affacciamo sulla parete sud, visibile dalla cresta che unisce la cima nord da quella sud, il panorama e` a perdita d'occhio, sono le 9:30, abbiamo un po' di sole, ma il freddo e' ancora intenso, allertiamo i ricercatori ad essere pronti con il collegamento delle 10:00, fortunatamente i cirri che avevano accompagnato l'alba sono spariti, e non ci sono nuvole importanti in vista. Salgo con efficacia sull'ultima lunetta di neve sotto la "cumbre" (cosi' si chiama la cima in spagnolo) fino a restare in equilibrio sulla sua lingua di ghiaccio, che desiderio di terreno stabile, ma poco sopra supero euforico i gradoni di roccia piu' compatta e qui questo significa una cosa sola, la cima e' vicina e ci monto sopra poco dopo, alle 10:30. Per la verita' sono cosi' preso dall'impegno scientifico che non posso lasciarmi andare con la soddisfazione e l'entusiasmo di essere li' a quasi 7000 m , sopra le Americhe, con una vista a 360 gradi su montagne molto piu' piccole e quello stato di foschia che nasconde il Pacifico...

Si' tutto deve avvenire al piu' presto, mentre Sergio arriva rincuorato da un mio urlaccio comincio a montare il treppiede con la mira, che fortuna, la scaglia rocciosa piu' alta della montagna e' a poco di piu' di un metro dal bordo della piattaforma di vetta. Comunico freddamente ai ricercatori che siamo li', e che saremo pronti in breve. A -17 C, con vento ancora forte, ma riscaldati dal sole montiamo con rapidita' e precisione le strutture, certo dobbiamo fissare un doppio sistema di controventi per stabilizzare il palo, le striscie di tela rosse si curvano con forza tendendosi rumorosamente. Appare Gabriele, esultante ma infreddolito, lo prendo con forsa e lo sbatto per terra, la bava gelata e le guance dure gli impediscono di parlere correttamente, lo sdraio sotto il sole. Marco, nonostante sia un'atleta, ha dovuto rinunciare nei scivolosi solchi che segnano la salita della "canaleta". Dalla "Plaza de mulas" a 5300 m i ricercatori confermano entusiasticamente la ottima ricezione del segnale laser di ritorno dal prisma, il raggio di luce magica ritorna stabilmente nonostante le vibrazioni del palo, miracolo dell'aria fine di questa quota, lungo gli oltre 10 km di percorso in andata e ritorno del segnale. Alle 11:00, confermata la correttezza della misura collego ed attivo il GPS, le batterie al litio garantite fino a -50 C, accendono regolarmente il display della macchina, ed uno ad uno lentamente i segnali dei satelliti vengono sincronizzati. Infine la macchina inizia la registrazione, le "epoche", quei numerini che scorrono confermano la progressione della misura. E' il successo totale, la prima volta nella storia dell'Aconcagua che un GPS di precisione viene portato sulla cima, la prima volta che la luce laser rimbalza da un prisma portato fino in vetta. A valle le misure continuano, con i teodoliti elettronici e con i distanziometri che forniscono gli angoli zenitali (verticali) e la distanza, precisa al millimetro, mentre un'altro ricevitore GPS registra a sua volta i segnali da satellite per poterli comparare con quelli della cima ed ottenere una precisione di localizzazione di pochi centimetri.
Poco prima delle 13:00 viene dato l'ok di completamento di tutte le misure, e' il prof. Poretti a prendere il walkie talkie e comunicarmi la sua completa soddisfazione e la ottima qualitaŽ dei dati, io da parte mia in quasi tre ore sulla cima dell'Aconcagua ho avuto ben poco tempo per fare altro che guardare e controllare le strumentazioni. Ma la montagna l'avevo ben guardata e contemplata lungo i campi fatti in salita, sopratutto nei tramonti dove mostrava tutta la sua forza e bellezza di roccia vulcanica dai colori a pastello, avevo anche rinunciato ad ammirare il tramonto dai 5800 m del rif Berlin, mentre cercavo di riposarmi e concentrarmi in tenda la sera prima della salita. Contento di esserci riuscito, dai quasi 7000 metri della cima guardai un'ultima volta con affetto anche il resto del mondo prima di iniziare le scivolate sui ghiaioni della "canaleta".

Gian Pietro Verza
Ev-K2-CNR

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